domenica 15 novembre 2015

Paris



Un capodanno a Parigi. Notte tra il 1996 e il 1997, lungo la Senna si era abbondantemente sotto lo zero, la città ghiacciata la festeggiammo poco, preferimmo rifugiarci in un locale alla Bastiglia al quale eravamo affezionati, tutti trovammo caldo e qualcuno l'amore di una sera. Di quei giorni ricordo la nostra amicizia in una città in agitazione, per l'emergenza clochard - bisognava trovare modo che non assiderassero - e per la striscia di attentati che dall'estate 1995 scuoteva la Francia. L'ultimo poche settimane prima della nostra partenza: "Due morti, ventotto feriti gravi e una cinquantina di feriti leggeri è il primo bilancio di un'esplosione criminale che s'è prodotta, poco dopo le sei del pomeriggio, all'interno di un convoglio in sosta nella stazione di Port-Royal, non lontano da Montparnasse", scriveva il Corriere della Sera il 4 dicembre 1996. Le stazioni della Metro presidiate da uomini dell'Armée, i cestini della nettezza urbana sigillati per evitare che vi fossero depositati ordigni esplosivi. Questo ricordo. Oltre alle visite ai centri per SDF, agli improbabili cappottoni rimediati al mercato di Barbès e alle serate a zonzo per l'XIe. Non era la prima volta a Parigi e molte altre sono seguite, per piacere e per lavoro. Anche con tempi più lunghi e più significativi. Eppure l'altra sera, davanti a France 24, di fronte all'orrore del 13 novembre 2015, in quella che doveva essere la giornata mondiale della gentilezza ed è diventata una nuova notte di barbarie mi è tornato in mente quel Capodanno. Monique e il Mégalo, il bar dove facemmo tana. Ho pensato o forse ho avuto solo la scossa irrazionale di un brivido prolungato; ho sentito il chiasso della festa farsi rumore di terrore; ho immaginato palpabile l'inattesa improvvisa discesa nella paura, la morte che entra a caso nei destini altrimenti sognati di donne e uomini usciti una sera per ballare, bere, festeggiare la vita, in un qualsiasi venerdì, senza neppure la scusa del Capodanno.

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