lunedì 9 marzo 2015

un ambizioso zoologo occitano e un rozzo abate piemontese...


AZ*


Il lettore italiano conoscerà forse il gioco "Abaco-Zuzzurellone". Un passatempo divertente, da fare in due, e volendo anche in compagnie più numerose. Un buon modo, una bella occasione, per arricchire giocando il proprio vocabolario. Anche nelle lingue meno diffuse. Anche in genovese, occitano, piemontese... ad esempio. Il caso vuole che in genovese le parole che definsicono il gioco, utilizzando il dizionario di Casaccia (seconda edizione ampliata, 1876) siano Aa (ala) e Zuvo (giogo); in occitano suona più divertente: Abachit-Zoologista ovvero "ambizioso zoologo", anche in piemontese non è male: Abà-Zòtich ovvero "abate rozzo".

Ad ogni modo il gioco è questo: a turno un giocatore (lo definiremo "conduttore") pensa a una parola, rintracciabile in un dizionario, senza svelarla. L'altro giocatore ("contendente") dovrà provare a indovinarla con tentativi successivi. In caso di più giocatori, i "contendenti" si alterneranno seguendo un ordine di turno stabilito. Il conduttore dovrà via via circoscrivere lo spazio del gioco usando come limiti la parola detta dall'altro e una delle parole di partenza (in genovese, ad esempio: aa-zuvo) o, se consona e pertinente, altra parola detta in precedenza dal contendente (o da uno dei contendenti, qualora si giochi in gruppo). Troverete gli esempi, lingua per lingua, all'interno dei singoli .pdf scaricabili. Il gioco termina quando il (o un) contendente indovinerà la parola pensata, subentrando così alla conduzione del gioco per la partita seguente, oppure termina con la resa di tutti i contendenti.
Per le versioni nelle lingue delle Alpi del Mare ho scelto la prima e l'ultima parola, giocabili, di alcuni dizionari specifici e autorevoli; uno per lingua. Teneteli a portata di mano. O usatene altri. Per giocare è però fondamentale affidarsi a una fonte univoca, al di là delle opinioni (e beghe) sulla grafia.  Servirà per dirimere le questioni.

Se siete partigiani fondamentalismi di quella o di quell'altra grafia non state a giocare! Non vi divertireste. E, magari, domandatevi se una lingua nella quale non ci si riesce a mettere d'accordo neppure per giocare vale la pena davvero di sopravvivervi.
Io dico di sì. Il merito però sarà di chi la usa,  anche giocando, senza imbalsamarla in inutili trincee di retroguardia.

Infine, varianti del gioco possono prevedere un numero finito e determinato di turni per indovinare. Esistono poi altre possibilità di gioco con meccanismi analoghi: una, ad esempio, idonea per il grande gruppo, consiste nell'assegnare il compito a un conduttore di individuare due parole limite (es. in italiano: cane-catrame)   a questo punto in un lasso di tempo detrminato (due minuti) i contendenti dovranno scrivere su un foglio quante più parole possibile comprese tra le due (capo, carro, casa, catamarano...); su singola partita vince chi ne individua di più; se si effettuano diverse manches (esaurendo, ad esempio, turni di conduzione) si assegna un punto per parola individuata e alla fine vince, ovviamnete, chi ha totalizzato il maggior punteggio.
 
Ora potete creare il vostro AZ* in qualsiasi lingua e variante!

Sul sito anselmoroveda.com, a questa pagina, troverete tre file scaricabili gratuitamente, uno per lingua; ogni file è in estensione .pdf e in formato pagina A5 (metà A4), su due fogli; stampate quindi fronte e retro, otterrete due pieghevoli per ogni foglio standard A4 da donare agli amici.

martedì 24 febbraio 2015

Sorvolando Vesta




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Il maggiore Tom Perrando, nel mio Missione Vesta (2014), atterra sul grande asteroide della Fascia principale per portare a compimento la sua missione. E la piccola Mila a destinazione. Durante la breve permanenza su Vesta il pilota sarà condotto nelle profondità di Divalia Fossa al cospetto di un misterioso manufatto alieno.  In questo video della NASA si può sorvolare l’asteroide. Allacciate le cinture.

giovedì 29 gennaio 2015

Bisturi e penne

(ovvero consigli a un giovane scrittore)





Ieri, mentre un amico medico mi medicava (rinzaffava, ho imparato) per un intervento al petto (inezie, una ciste impazzita), vivevo, per la mia personale esperienza, un fatto unico e eccezionale (e pure dolorosissimo).
In quel momento passa un chirurgo - saluta i colleghi, è appena rientrato da uno stage all’estero (mi par di capire) - guarda il mio petto, partecipa del momento, poi esclama una roba tipo “wow, questo sì che è un bel buco, in America medicazioni così le fanno per ferite da arma da fuoco”, sorride. Sorridiamo tutti. Nessun cinismo, anzi. Ecco quell’equilibrio tra attenzione scrupolosa (al nostro fare e agli altri) e leggerezza della non eccezionalità (a paragone con sorti universali) mi sembra un buon modo, il modo, per stare nel mondo. Anche se usiamo la penna al posto del bisturi.

martedì 27 gennaio 2015

Irretiti

Pubblico qui la mia recensione a "La Rete è libera e democratica" Falso! apparsa, con il titolo "Irretiti", sul numero di gennaio/febbraio (319), appena uscito, della rivista Andersen, che ringrazio per l'autorizzazione.




Tra qualche riga leggerete un’affermazione forte su Rete e istituzioni totali; e automaticamente metterete sulla bilancia quanto di positivo la Rete ha prodotto nella vostra vita, nella vita di ciascuno. Il saldo ha segno +, certo. Ma qui la questione non è più soltanto sulle percezioni, è sui meccanismi profondi che informano la nostra esperienza di vita in relazione alla Rete. Sul piano individuale, ma pure su quello della dimensione sociale, politica, economica globale. Quella che vola ben oltre la gioia per aver ritrovato l’amico delle elementari, scovato una rara edizione del vostro fumetto preferito, contattato il collega dall’altra parte del globo in meno di mezzora o chiuso un contratto nello stesso tempo. La Rete ha indubitabilmente migliorato, per molti anni, la nostra possibilità di relazione, espressione e informazione. Ora qualcosa, forse, scricchiola. Banalizzazione e spettacolarizzazione dei contenuti di seri storici organi d’informazione (avete presente le fotogallery tipo “Come sono diventate le star anni ‘80?”) potrebbero esserne una buona spia. L’imperversare di blogger improvvisatisi pontificatori dello scibile pure.
“Più che a una democrazia globale in Rete, ci troviamo di fronte a una nuova istituzione totale”; Ippolita, gruppo di ricerca interdisciplinare nato nel 2006, a proposito dei social network non le manda a dire. L’uso del riconoscimento facciale, dei tag, dell’immediatismo informazionale sostengono, infatti, che forzi l’identità di ciascuno a una narrazione di “iper-coerenza performativa”. Di fatto spingendo all’introiezione del controllo, all’autocensura e alla delazione. Ed è solo una delle affermazioni - apparentemente sconvolgenti, di certo fuori dal coro e forse, per qualcuno, pure urticanti - che pagina dopo pagina fanno di un pamphlet tascabile una preziosa miniera di riflessioni per chi non voglia esercitare la critica su tutto tranne che sulla Rete. E i social network sono soltanto una delle realtà analizzate.
“La Rete è libera e democratica” Falso! (pp. 100, euro 9,00, Laterza, 2014) smonta, con la leggerezza della miglior divulgazione e con la serietà della miglior saggistica, un bel po’ di luoghi comuni su qualcosa che usiamo tutti abbondantemente ogni giorno e che nessuno conosce per davvero nei suoi meccanismi interni: internet e web. E già qui ci si può fermare a riflettere sul livello di consapevolezza e sull’uso linguistico diffuso, perché internet e web non sono coincidenti.  Il web (world wide web), con i suoi protocolli http, è solo uno dei servizi della Rete, assai più ampia (pensate a Skype o a ftp e torrent).
Il gruppo Ippolita - non nuovo a queste pratiche di critica del presente e già autore di Open non è free (2005), Luci e ombre di Google (2007) e Nell’acquario di Facebook (2012) - smonta alcune idee, pericolosamente ideologiche, assai consolidate sulla Rete. Una Rete che ci continuiamo a raccontare come libera, gratuita, trasparente e democratica e che in realtà ha molteplici vincoli (chiedetelo a un utente di Pechino o al ragazzino di Gallarate che si è visto, per mesi, bloccare l’accesso al social VK) e ha potentissimi, e ricchissimi, padroni.
Ippolita si pone domande che potremmo porci tutti, tutti i giorni, aprendo il computer: come fa a guadagnare Google? Come è possibile che i servizi più in voga (Facebook, Twitter, Skype, WhatsApp, LinkedIn etc) e tanti tantissimi giochi, applicazioni e contenuti siano gratuiti? Ippolita cerca risposta e suggerisce, forse gli utenti più consapevoli l’hanno intuito da un po', che la vera moneta con la quale paghiamo tutto questo in realtà siamo proprio noi. Con i nostri percorsi di navigazione, le nostre esplorazioni, “la nostra unica e inimitabile impronta digitale”, “le nostre informazioni personali e quelle dei nostri amici”. Insomma ci svendiamo, anzi ci regaliamo. E non solo alla pubblicità. Ci regaliamo alla più raffinata, e subdola, attività di profilazione ovvero ad essere merce pronta ad acquistare merce che ci assomiglia, fatta proprio per noi. La profilazione, e l’utilizzo dei servizi in questione, ha peraltro implicazioni cognitive non marginali, inducendoci nei fatti ad una limitazione, invisibile e quindi più pericolosa, dell’esperienza. Finiamo col trovare solo quello che qualcuno pensa stessimo cercando, altro che algoritmi neutri.
Le suggestioni offerte da questo pamphlet non dovrebbero però essere colte come il racconto del babau, da ascoltare per fare e farsi paura, e poi sperare di non incontrarlo mai. 
Tra Rete e babau c’è una differenza: il babau (tappate le orecchie ai bambini) non esiste, la Rete sì. 
E ci siamo immersi, molte ore al giorno. Per lavoro, per svago, per socialità. Le suggestioni dovrebbero quindi poter diventare una buona occasione per domandarsi come stiamo di fronte alla Rete. Come cittadini, come genitori, come lavoratori (magari proprio nei campi dell’educazione o del sapere; responsabili della trasmissione delle conoscenza, della formazione delle nuove generazioni).
Beninteso, nelle riflessioni offerte non c’è nessuna stigmatizzazione della tecnologia e delle sue potenzialità. I ricercatori dietro a questo progetto, del resto, sono tanto filosofi colti quanto smanettoni informatici appassionati. C’è piuttosto un invito alla consapevolezza, all’utilizzo competente delle risorse del presente; giusto per non rimanere schiacciati in posizione subalterna, delegando a tecnocrati invisibili ai quali difficilmente potremmo altrimenti mai revocare delega e chiedere il conto o spiegazione. Già oggi è così, anche per le cose più banali e quotidiane che facciamo in rete. Pensate alla vostra posta elettronica - ricordi personali, missive affettuose, preziosi contatti di lavoro, documenti fondamentali, qualche segreto - e chiedetevi: dov’è? Di chi è? “Mia”, direte. Più o meno. Avete mai letto, per davvero, i contratti d’utilizzo? E, allora, se domani il vostro gestore fallisse, si ritirasse, perdesse per dolo o per imperizia i vostri contenuti, o se li vendesse a terzi? Non succederà, tranquilli, non ora perlomeno, ma qualora succedesse cosa potreste fare? Telefonare, a chi? Inviare una mail, con quale account e, ancora, a chi? Le grandi società di gestione di servizi web, lo avete letto in questi anni, si sottraggono con facilità e qualche cavillo di diritto (la non territorialità) alle inchieste delle grandi nazioni occidentali, pensate davvero di poter avere maggior potere o fortuna della fiscalità tedesca?  (ar)


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venerdì 23 gennaio 2015

24 gennaio, succede a Genova



Sabato 24 gennaio
a Maddalena 52, Madd@libri, Genova
un viagggio tra immagini, parole e mestieri

Dettagli qui

24 gennaio, succede a Bologna



Sabato 24 gennaio,
alla Biblioteca di Borgo Panigale, Bologna,
organizzano un laboratorio dove si raconterà "Il trattore della nonna"
costruendo trattori e facendo torte. Gnam!

Dettagli qui

lunedì 29 dicembre 2014

Buone feste (con il lupo!)




Bon Denâ! Buon Natale, in genovese. In realtà il 25 è passato. Restano però giorni di festa, che auguro di riposo e rivoluzione. Da molti anni per celebrare il periodo e giocare con le festività regalo una piccola strenna ai lettori. Cose curiose e minime, ai margini (e quindi già frontiera, occasione di esplorazione) delle mie scritture e interessi più noti. L'anno passato ho aspettato l'epifania e giocato con il giorno di Ded Moroz rilasciando un ebook (.pdf) pulp e pop, decisamente weird (che infilata di parole inglesi! E pensare che la storia è... sovietica). Un gioco narrativo, un racconto aperto, intitolato Gladiatori rossi nello spazio. Altre volte ho regalato racconti strampalati in italiano (Carrozza 9) o narrazioni in genovese (la traduzione del primo capitolo di Pel di carota di Jules Renard, una favola di Martin Piaggio annotata, etc) o in altri idiomi di Alpi e Mediterraneo a me cari (edizioni di Mistral). Quest'anno ho raccolto tre favole classiche e le ho riraccontate in genovese, sono unite da un animale che mi è simpatico: il lupo. Due storie, le riconoscerete, sono della tradizione esopiana; una - la prima ovvero O lô e o savio [Il lupo e  l'uomo saggio] - è una storiella popolare del Daghestan, anch'essa saldamente dentro alla favolistica classica, che avevo già proposto nel 2005 in italiano per una strenna cartacea in 25 copie. Qui stanno tutt'e tre insieme, in genovese, con il titolo (Tre föe contæ da Anselmo Roveda), una copertina composta per l'occasione e disponibili - in versione .pdf - al download gratuito dal sito anselmoroveda.com