giovedì 29 gennaio 2015

Bisturi e penne

(ovvero consigli a un giovane scrittore)





Ieri, mentre un amico medico mi medicava (rinzaffava, ho imparato) per un intervento al petto (inezie, una ciste impazzita), vivevo, per la mia personale esperienza, un fatto unico e eccezionale (e pure dolorosissimo).
In quel momento passa un chirurgo - saluta i colleghi, è appena rientrato da uno stage all’estero (mi par di capire) - guarda il mio petto, partecipa del momento, poi esclama una roba tipo “wow, questo sì che è un bel buco, in America medicazioni così le fanno per ferite da arma da fuoco”, sorride. Sorridiamo tutti. Nessun cinismo, anzi. Ecco quell’equilibrio tra attenzione scrupolosa (al nostro fare e agli altri) e leggerezza della non eccezionalità (a paragone con sorti universali) mi sembra un buon modo, il modo, per stare nel mondo. Anche se usiamo la penna al posto del bisturi.

martedì 27 gennaio 2015

Irretiti

Pubblico qui la mia recensione a "La Rete è libera e democratica" Falso! apparsa, con il titolo "Irretiti", sul numero di gennaio/febbraio (319), appena uscito, della rivista Andersen, che ringrazio per l'autorizzazione.




Tra qualche riga leggerete un’affermazione forte su Rete e istituzioni totali; e automaticamente metterete sulla bilancia quanto di positivo la Rete ha prodotto nella vostra vita, nella vita di ciascuno. Il saldo ha segno +, certo. Ma qui la questione non è più soltanto sulle percezioni, è sui meccanismi profondi che informano la nostra esperienza di vita in relazione alla Rete. Sul piano individuale, ma pure su quello della dimensione sociale, politica, economica globale. Quella che vola ben oltre la gioia per aver ritrovato l’amico delle elementari, scovato una rara edizione del vostro fumetto preferito, contattato il collega dall’altra parte del globo in meno di mezzora o chiuso un contratto nello stesso tempo. La Rete ha indubitabilmente migliorato, per molti anni, la nostra possibilità di relazione, espressione e informazione. Ora qualcosa, forse, scricchiola. Banalizzazione e spettacolarizzazione dei contenuti di seri storici organi d’informazione (avete presente le fotogallery tipo “Come sono diventate le star anni ‘80?”) potrebbero esserne una buona spia. L’imperversare di blogger improvvisatisi pontificatori dello scibile pure.
“Più che a una democrazia globale in Rete, ci troviamo di fronte a una nuova istituzione totale”; Ippolita, gruppo di ricerca interdisciplinare nato nel 2006, a proposito dei social network non le manda a dire. L’uso del riconoscimento facciale, dei tag, dell’immediatismo informazionale sostengono, infatti, che forzi l’identità di ciascuno a una narrazione di “iper-coerenza performativa”. Di fatto spingendo all’introiezione del controllo, all’autocensura e alla delazione. Ed è solo una delle affermazioni - apparentemente sconvolgenti, di certo fuori dal coro e forse, per qualcuno, pure urticanti - che pagina dopo pagina fanno di un pamphlet tascabile una preziosa miniera di riflessioni per chi non voglia esercitare la critica su tutto tranne che sulla Rete. E i social network sono soltanto una delle realtà analizzate.
“La Rete è libera e democratica” Falso! (pp. 100, euro 9,00, Laterza, 2014) smonta, con la leggerezza della miglior divulgazione e con la serietà della miglior saggistica, un bel po’ di luoghi comuni su qualcosa che usiamo tutti abbondantemente ogni giorno e che nessuno conosce per davvero nei suoi meccanismi interni: internet e web. E già qui ci si può fermare a riflettere sul livello di consapevolezza e sull’uso linguistico diffuso, perché internet e web non sono coincidenti.  Il web (world wide web), con i suoi protocolli http, è solo uno dei servizi della Rete, assai più ampia (pensate a Skype o a ftp e torrent).
Il gruppo Ippolita - non nuovo a queste pratiche di critica del presente e già autore di Open non è free (2005), Luci e ombre di Google (2007) e Nell’acquario di Facebook (2012) - smonta alcune idee, pericolosamente ideologiche, assai consolidate sulla Rete. Una Rete che ci continuiamo a raccontare come libera, gratuita, trasparente e democratica e che in realtà ha molteplici vincoli (chiedetelo a un utente di Pechino o al ragazzino di Gallarate che si è visto, per mesi, bloccare l’accesso al social VK) e ha potentissimi, e ricchissimi, padroni.
Ippolita si pone domande che potremmo porci tutti, tutti i giorni, aprendo il computer: come fa a guadagnare Google? Come è possibile che i servizi più in voga (Facebook, Twitter, Skype, WhatsApp, LinkedIn etc) e tanti tantissimi giochi, applicazioni e contenuti siano gratuiti? Ippolita cerca risposta e suggerisce, forse gli utenti più consapevoli l’hanno intuito da un po', che la vera moneta con la quale paghiamo tutto questo in realtà siamo proprio noi. Con i nostri percorsi di navigazione, le nostre esplorazioni, “la nostra unica e inimitabile impronta digitale”, “le nostre informazioni personali e quelle dei nostri amici”. Insomma ci svendiamo, anzi ci regaliamo. E non solo alla pubblicità. Ci regaliamo alla più raffinata, e subdola, attività di profilazione ovvero ad essere merce pronta ad acquistare merce che ci assomiglia, fatta proprio per noi. La profilazione, e l’utilizzo dei servizi in questione, ha peraltro implicazioni cognitive non marginali, inducendoci nei fatti ad una limitazione, invisibile e quindi più pericolosa, dell’esperienza. Finiamo col trovare solo quello che qualcuno pensa stessimo cercando, altro che algoritmi neutri.
Le suggestioni offerte da questo pamphlet non dovrebbero però essere colte come il racconto del babau, da ascoltare per fare e farsi paura, e poi sperare di non incontrarlo mai. 
Tra Rete e babau c’è una differenza: il babau (tappate le orecchie ai bambini) non esiste, la Rete sì. 
E ci siamo immersi, molte ore al giorno. Per lavoro, per svago, per socialità. Le suggestioni dovrebbero quindi poter diventare una buona occasione per domandarsi come stiamo di fronte alla Rete. Come cittadini, come genitori, come lavoratori (magari proprio nei campi dell’educazione o del sapere; responsabili della trasmissione delle conoscenza, della formazione delle nuove generazioni).
Beninteso, nelle riflessioni offerte non c’è nessuna stigmatizzazione della tecnologia e delle sue potenzialità. I ricercatori dietro a questo progetto, del resto, sono tanto filosofi colti quanto smanettoni informatici appassionati. C’è piuttosto un invito alla consapevolezza, all’utilizzo competente delle risorse del presente; giusto per non rimanere schiacciati in posizione subalterna, delegando a tecnocrati invisibili ai quali difficilmente potremmo altrimenti mai revocare delega e chiedere il conto o spiegazione. Già oggi è così, anche per le cose più banali e quotidiane che facciamo in rete. Pensate alla vostra posta elettronica - ricordi personali, missive affettuose, preziosi contatti di lavoro, documenti fondamentali, qualche segreto - e chiedetevi: dov’è? Di chi è? “Mia”, direte. Più o meno. Avete mai letto, per davvero, i contratti d’utilizzo? E, allora, se domani il vostro gestore fallisse, si ritirasse, perdesse per dolo o per imperizia i vostri contenuti, o se li vendesse a terzi? Non succederà, tranquilli, non ora perlomeno, ma qualora succedesse cosa potreste fare? Telefonare, a chi? Inviare una mail, con quale account e, ancora, a chi? Le grandi società di gestione di servizi web, lo avete letto in questi anni, si sottraggono con facilità e qualche cavillo di diritto (la non territorialità) alle inchieste delle grandi nazioni occidentali, pensate davvero di poter avere maggior potere o fortuna della fiscalità tedesca?  (ar)


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venerdì 23 gennaio 2015

24 gennaio, succede a Genova



Sabato 24 gennaio
a Maddalena 52, Madd@libri, Genova
un viagggio tra immagini, parole e mestieri

Dettagli qui

24 gennaio, succede a Bologna



Sabato 24 gennaio,
alla Biblioteca di Borgo Panigale, Bologna,
organizzano un laboratorio dove si raconterà "Il trattore della nonna"
costruendo trattori e facendo torte. Gnam!

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lunedì 29 dicembre 2014

Buone feste (con il lupo!)




Bon Denâ! Buon Natale, in genovese. In realtà il 25 è passato. Restano però giorni di festa, che auguro di riposo e rivoluzione. Da molti anni per celebrare il periodo e giocare con le festività regalo una piccola strenna ai lettori. Cose curiose e minime, ai margini (e quindi già frontiera, occasione di esplorazione) delle mie scritture e interessi più noti. L'anno passato ho aspettato l'epifania e giocato con il giorno di Ded Moroz rilasciando un ebook (.pdf) pulp e pop, decisamente weird (che infilata di parole inglesi! E pensare che la storia è... sovietica). Un gioco narrativo, un racconto aperto, intitolato Gladiatori rossi nello spazio. Altre volte ho regalato racconti strampalati in italiano (Carrozza 9) o narrazioni in genovese (la traduzione del primo capitolo di Pel di carota di Jules Renard, una favola di Martin Piaggio annotata, etc) o in altri idiomi di Alpi e Mediterraneo a me cari (edizioni di Mistral). Quest'anno ho raccolto tre favole classiche e le ho riraccontate in genovese, sono unite da un animale che mi è simpatico: il lupo. Due storie, le riconoscerete, sono della tradizione esopiana; una - la prima ovvero O lô e o savio [Il lupo e  l'uomo saggio] - è una storiella popolare del Daghestan, anch'essa saldamente dentro alla favolistica classica, che avevo già proposto nel 2005 in italiano per una strenna cartacea in 25 copie. Qui stanno tutt'e tre insieme, in genovese, con il titolo (Tre föe contæ da Anselmo Roveda), una copertina composta per l'occasione e disponibili - in versione .pdf - al download gratuito dal sito anselmoroveda.com

giovedì 27 novembre 2014

Il grande libro dei mestieri



Nei giorni scorsi è uscito Il grande libro dei mestieri (EDT - Giralangolo, collana "Sottosopra", 2014; edizione originale: Le grand imaginier des métiers, editions Gautier Languereau, 2012), testo e illustrazioni di Eric Puybaret. Un repertorio immaginifico eppure concretissimo di lavori da sognare e da perseguire (beninteso: nel significato di "impegnarsi con tenacia per raggiungere...") fin dall'infanzia. Grandissimo formato, vivaci e oniriche illustrazioni. Non mi dilungo e non lo analizzo, ché sono parte in causa avendone fatto la traduzione. Un volume al quale sono legato, quindi. E non solo per averne curato il testo italiano. Lavorare alla traduzione di questo albo illustrato mi ha consentito, infatti, di tornare a soffermarmi non soltanto su questioni dell'amata lingua francese e di riflettere sugli usi della lingua (in questo caso italiana) intorno ai generi, ma anche di confrontarmi con temi a me cari come l'identità, il contrasto degli stereotipi, il lavoro. E, non da ultimo, di ripescare un libro prezioso; ne dirò tra poco, prima divagherò in disordinato ordine.

Lingua francese: l'idioma dei cugini transalpini ha molte peculiarità, come ogni lingua, e diverse parole efficaci solo se dette come oltre Roia e Alpi. Una di queste è cruccio, croce, delizia e rovello di chi si occupi di illustrazione, cultura dell'immagine e pure di libri per l'infanzia: imaginier. Gli addetti ai lavori, nei discorsi tra addetti ai lavori, mantengono la parola francese. Gli altri si arrangiano. Del resto i dizionari francese-italiano lo tacciono. Non va troppo meglio con quelli francesi generalisti, anche enciclopedici. Almeno con il significato, la definizione è mia e per l'occasione, di "libro illustrato che presenta un repertorio di immagini coerente". Già, questo è grossomodo il senso di imaginier. In realtà, se la coerenza è data da classi e insiemi sufficientemente bazzicati nella storia editoriale (alfabeto, mostri e creature fantastiche, erbe officinali...), la resa in italiano è possibile e consolidata, benché frammentaria (alfabetiere o abbecedario, bestiario, erbario...). Altrimenti bisogna trovare soluzioni soddisfacenti per escluderla dall'orizzonte, preservandone senso. Eviterei, salvo rari casi e almeno negli illustrati per piccoli, l'algido /repertorio d'immagini/ così come prove avventurose (l'utilizzo di /immaginario/ con slittamento di senso fa inutile confusione) o neologismi costruiti su calco (insomma mi risparmierei, faccio esempio sul caso nostro, il cacofonico /mestierario/). Torno al lemma: l'unico significato attestato in francese, oltre al nostro (peraltro non supportato da fonti se non quelle del consolidato uso nell'editoria ragazzi francofona), lo trovo nel corpus lessicografico offerto dal Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales (cnrtl.fr) per il moyen français (1330-1500). Ha tutt'altro valore: indica i realizzatori di immagini dipinte o scolpite, insomma gli artisti ma pure gli artigiani. Ma questa è un'altra storia.

Lingua italiana, generi, identità, stereotipi: il libro di Puybaret in Italia è ospitato nella collana "Sottosopra" di EDT-Giralangolo. Una collana, diretta da Irene Biemmi, che, copio dal sito dell'editore, "è stata ideata con un preciso obiettivo: promuovere un immaginario alternativo attraverso libri illustrati espressamente orientati al principio dell’identità di genere e all’interscambiabilità dei ruoli maschili e femminili. I protagonisti di questi libri sono bambine e bambini, donne e uomini, liberi di agire, pensare e comportarsi senza vincoli legati al proprio sesso biologico di appartenenza". La lingua, la scelta delle parole e la loro declinazione, è - in ordine alle questioni esposte - importante quasi quanto le storie. E non dovrebbe esserlo solo per questa collana. Non entro nel merito e nel dettaglio della riflessione, annosa e ampiamente dibattuta, dell'uso di femminili e maschili per ruoli e professioni (sindaco? sindaca? il palesemente scorretto sindachessa?). Ho tutt'ora incertezze. Per mia fortuna il lavoro sulla resa in italiano, al femminile e al maschile, dei mestieri descritti da Puybaret è stato facile, perché preordinato e vigilato dalla consulenza di Irene Biemmi, la specialista. Più difficile - e divertente - rendere, pure nella misura brevissima dei testi (o forse proprio per questa), la molteplicità nella costruzione delle frasi che contrappuntano le immagini. Al di là della questione dei generi (grammaticali) il lavoro di traduzione su questo testo ha consolidato una mia convinzione, espressa più volte sia in sede critica che autoriale: la scelta della lingua e delle parole sono un atto politico responsabile. Pure per contrastare stereotipi. Sono in abbondante e buona compagnia. Lo dice, facendoci ridere e divenendo proverbiale, anche Nanni Moretti in Palombella Rossa (1989): "le parole sono importanti".

Lavoro: quanto è difficile parlarne nei libri. Eppure semplice. Per le bambine e i bambini, per le ragazze e i ragazzi, il lavoro non è solo, non può essere solo, la risposta al quesito adulto "cosa farai da grande?"; domanda che attende troppo spesso solo una risposta legata alle dimensioni del desiderio e del sogno, senza legarsi invece, come urge pure all'età evolutiva, anche alle dimensioni dell'impegno, della soddisfazione, del diritto, della fatica e del bisogno. Non ripeterò quanto già detto al proposito in occasione dell'uscita del mio Al lavoro! (illustrazione di Sara Ninfali; Coccole Books, 2012). E forse, pure con registri diversissimi, non è un caso che questi due libri possano unirsi con un immaginario filo rosso ben prestandosi a riflessioni negli incontri con lettrici e lettori; a farmelo notare è stata un'amica francese: Elisabeth Lesquoy, "ancienne professeur" d'italiano e attenta osservatrice dei libri italiani per ragazzi (suo il blog Lecturesitaliennes). 



Libro prezioso: alla fine tutte le parole fin qui dette sono solo un pretesto per raccontarvi di Vendo l'argento do mâ [Vendo l'argento del mare]. Venditori ambulanti, gridi e voci di Genova (Sagep, 1971) di Ivana Ferrando, prefazione di Beatrice Solinas Donghi e illustrazioni di Attilio Mangini. Tante sono le suggestioni che toccherà andare con ordine. Innanzitutto com'è che mi è tornato in mano mentre lavoravo al libro di Puybaret. In una delle aperture del volume dell'illustratore francese entra in scena una venditrice (o venditore, certo) di primizie con tanto di megafono per decantare la qualità della sua proposta: "Venez venez dans mon bazar, il y a forcement un trésor pour vous". Ed ecco che arriva il libro di Ivana Ferrando. Per trovare il giusto tono del venditore in strada ho dovuto fare occhio e orecchio ai gridi (sì, gridi al maschile, lo usa il libro in questione; e vale, almeno per gli animali, i soldati e i venditori >>>) della tradizione. Così ho tirato giù dallo scaffale e riletto e riletto con il gusto di una prima volta Vendo l'argento do mâ. Le voci degli ambulanti sono qui prevalentemente, se non esclusivamente, in genovese e in ligure; fin da quella scelta per titolo, dove "l'argento del mare" altro non è, sono, che le acciughe. Cercavo ritmo, semplicità e forza, popolare e evocativa, e lì l'ho trovata. Il libro oltre a inanellare una collezione di gridi e voci li analizza e contestualizza, riferendosi ora alla cronaca ora alla storia ora alla letteratura di Liguria. Un libro prezioso dentro a una collana preziosa ("Scaffaletto genovese", diretta da Nelio Ferrando), rivoluzionaria allora per la capacità di collegare la tradizione più antica e schiettamente popolare con il respiro ampio della riflessione colta, della dimensione culturale a tutto tondo. Non a caso Beatrice Solinas Donghi in questa stessa collana pubblicò due saggi repertorio imprescindibili, non solo per lo studioso locale o l'amante di cose ligustiche, come A rionda di cuculli, filastrocche genovesi e liguri (1968) e Fiabe a Genova (1972); il primo dei quali più volte riproposto con giusta fortuna. Altro nome legato alla collana è quello di Attilio Mangini (1912-2004), autore delle illustrazioni di diversi volumi della serie; compresi questo della Ferrando e l'appena citato A rionda di cucculli di Solinas Donghi. Il nome di Mangini chiude un altro cerchio. L'artista, fu ceramista e pittore apprezzato, iniziò la propria carriera nel 1946, appena rientrato alla vita civile dopo aver aderito alla Resistenza. I suoi esordi, una Biennale di Venezia nel 1950 e una personale a Genova nel 1952, sono contraddistinti da "opere a chiaro sfondo sociale" (Chiara Caporilli, >>>), varrà allora la pena guardare questo L'ultimo morto dei cantieri maledetti (1952, tempera su carta, cm 74x105,5). Giusto per chiudere il cerchio, con il lavoro e i diritti.



mercoledì 19 novembre 2014

Prossimi incontri a Genova



A tavola con Pinocchio!



Fiabe per tutti alla Maddalena



N.A.S.F. 10

N.A.S.F. 10 - Free è pronta, l'antologia annuale di fantascienza italiana curata dall'attivissimo gruppo Nuovi Autori Science Fiction è disponibile su carta e presto in ebook. 10 perché celebra il decimo anno di attività del gruppo, Free perché diversamente dalle precedenti raccolte non c'era nessun tema a vincolare gli autori. La selezione dei testi è anche un concorso: il vincitore di quest'anno è Roberto Vaccari. Tra i testi degli altri autori selezionati - Alphaorg, Andrea Coco, Andrea Teodorani, Angelo Frascella, Annarita Petrino, Antonio Ognibene, Carlo Trotta, Chiara Masiero, Christian Maria Fedele, Cristiano Fighera, Davide Camparsi, Emilia Cinzia Perri, Enrico Matteazzi, Enrico Teodorani, Federico L. Granzotto, Franca Scapellato, Francesco Omar Zamboni, Gabriele Laghi, Gaetano Police, Giuliana Ricci, Guido Pacitto, Marco Signorelli, Massimo Baglione, Maurizio Bascià, Mauro Cancian, Riccardo Simone, Salvatore Di Sante, Selina Pasquero, Simone "Duca" Luchini, Stefano Meglioraldi, Ugo Spezza, Umberto Pasqui - c'è anche il mio Operativo Z.E.H.N. Le diciotto ore che cambiarono la vita di Aronne Bertolet.
Inizia così:
La sirena annuncia la pioggia indotta delle sei. Sotto la cupola è così. Pioggia indotta ogni cinquantasette giorni. Per sessantaquattro ore di fila acqua, acqua e solo acqua. Sembra una scocciatura, ma chi ha vissuto il Quindicennio Arso benedice le ore regolamentari.
  
L'ambientazione è una Torino postapocalittica, protetta dalle radiazioni che bruciano l'Europa. 


Il sito NASF >>> 


giovedì 6 novembre 2014

La mia fantascienza (di focaccia, barbera e plin)


Bazzico da sempre i territori della fantascienza, innanzitutto come fruitore di narrazioni e frequentatore di immaginari, fin dall'infanzia. Libri, fumetti, cartoon, film, giocattoli, serie tv, videogames. Del resto sono nato nel 1972. Faccio parte della generazione cresciuta con l'eco dei pionieri della cosmonautica, il sottofondo della conquista della Luna e il sogno, presto infranto, delle esplorazioni spaziali.


Gente cresciuta con Capitan Harlock (prima visione italiana 1979) e i robottoni in tv: Goldrake (1978), Grande Mazinger (1979), Mazinga Z (1980), Jeeg (1979), Daitarn 3 (1980), Gundam (1980). Gente cresciuta con i primi videogiochi: Space Invaders (1978), Asteroids (1978), Lunar Lander (1979), Galaxian (1979); e più tardi finii col passare nottate, rigorosamente di nascosto, a giocare a Demon Attack (1982). Gente cresciuta con giocattoli come i Micronauti - ricordate il candido Force Commander? - e i mecha giapponesi.



Tra i primi film visti sul grande schermo, forse passati con qualche ritardo nel cinema estivo all'aperto di Arenzano, annovero il mitico Star Wars (1977), il noioso The Black Hole (1979) e il bizzarro Flash Gordon (1980); poi vennero E.T. (1982) e Gremlins (1984). In televisione, oltre ai cartoni, passavano serie come Ai confini della realtà, Buck Rogers, Star Trek (quella storica, con Kirk e Spock), Spazio 1999 e Galactica.
 

Uno dei primi libri che ricevetti in dono fu la raccolta di fumetti Dan Dare - L'eroe del cosmo (Dami, 1976), poi sulla scaffale di mia sorella scovai Extraterrestre alla pari (La Sorgente, 1979) di Bianca Pitzorno. Nella stessa libreria d'infanzia consumai le divulgazioni de Il Grande Libro dello Spazio (Mondadori, 1981) e gli aggiornamenti annuali dell'Enciclopedia Grolier (1980) che dedicavano una sezione speciale all'astronautica. L'appuntamento in edicola invece era con i supereroi Marvel, allora pubblicati da Editoriale Corno. Alle medie arrivò la lettura, prima antologizzata e poi in volume quale prescrizione estiva, di Asimov; l'imposizione di allora non me lo fa amare particolarmente neppure oggi. Potere della scuola. In ogni caso poco più tardi giunse l'incontro con gli "Urania" e a seguire scelte più consapevoli (letteratura soprattutto, ma anche cinema e fumetti), con opere e autori che ancora oggi amo: Philip K. Dick, Ray Bradbury, Robert Sheckley, Terry Pratchett, William Gibson. Da lì in poi il percorso adulto, e lo spazio per la sf conteso e poi preso da altri interessi e altre strade. Quelle che in letteratura mi hanno portato a indagare altri generi di letteratura cosiddetta popolare, a studiare e praticare la letteratura per l'infanzia, a incrociare e documentare letterature d'ambito regionale, a incontrare e amare narratori internazionali e italiani di tutt'altre storie; penso a Jean Giono, Beppe Fenoglio, Francesco Biamonti, Philippe Carrese e Sergio Atzeni. Ma queste, per l'appunto, sono altre storie. O forse no. Perché poi come scrittore mi sono trovato a mischiare il mio immaginario fantascientifico, giocoforza formato dalle suggestioni sopra esposte, con altre passioni e campi d'interesse. Pure extraletterari: le tradizioni popolari, le lingue meno diffuse, la montagna, la storia locale. Interessi nutriti negli anni da trekking, studi e viaggi tra paesaggi sapori e culture di Liguria, Piemonte e Provenza. Così è andata a finire, me ne rendo conto a posteriori, che anche nelle mie incursioni nella fantascienza come scrittore ho declinato il genere per lo più usando ambientazioni e personaggi saldamente ancorati a uno spazio geografico e umano preciso, radicato in questa porzione di territorio sospeso tra Alpi e Mediterraneo. Nel racconto leggero Di pattuglia (in: Robot ITA 0.1, Edizioni Scudo, 2011), tra sf e umorismo, il droide Nrd7 e il maresciallo umano Serra si aggirano, corre l'anno 2047, per le campagne tra Asti e Alessandria. Nella storia non lo dico ma pensavo ai paraggi di Castello di Annone (AT). Nel libro Missione Vesta (Coccolebooks, 2014) l'ambientazione è prevalentemente spaziale, Fascia interna degli asteroidi, ma l'avventura prende avvio durante una festa patronale di Sassello (SV), Appennino ligure al limitar di Monferrato e Langa. La ragione è semplice, uno dei protagonisti - forse tornerà in altre storie - è il pilota Tommaso Perrando, un maggiore della Flotta Spaziale EuroAmericana cresciuto all'ombra del Monte Beigua. Nel racconto supereroistico In diciassette giorni (in: E-Heroes, Edizioni Scudo/Cyrano Comics, 2013) il protagonista Matteo Lanteri, trentenne in crisi, acquisisce i suoi poteri dopo essersi ritirato nella casa avita di Borniga, borgata sopra Realdo, frazione di Triora (IM), incastro montano tra Alpi Liguri e Marittime. Nel racconto di prossima pubblicazione Operativo Z.E.H.N. (in: N.A.S.F. 10 - Free, N.A.S.F., uscita dicembre 2014) invece la storia si svolge in una Torino post-apocalittica. Ma non dico di più, deve ancora uscire.

mercoledì 15 ottobre 2014

Xièxiè - Piccole soddisfazioni cinesi

In attesa dell'edizione in caratteri semplificati (简化字) che sarà pubblicata prossimamente in Cina da 21th Century Publishing, è uscita a Taiwan, per il mercato cinese internazionale, la versione in caratteri tradizionali (正體字) de "Il meraviglioso viaggio di Pinocchio" - testi miei, illustrazioni di AntonGionata Ferrari - per le edizioni Greenland Book.


la scheda su Greenland Book

il sito di Greenland Book

la scheda dell'edizione originale sul sito EDT-Giralangolo

la scheda sul mio sito anselmoroveda.com


謝謝
谢谢
XièXiè